Pietro Albetti, Ti basta la mia grazia – Grano

La Parola di Dio

Quando entrerete nella terra che io vi do, la terra farà il riposo del sabato in onore del Signore: per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore. Non seminerai il tuo campo, non poterai la tua vigna. Non mieterai quello che nascerà spontaneamente dopo la tua mietitura e non vendemmierai l’uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra. Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo servirà di nutrimento a te, al tuo schiavo, alla tua schiava, al tuo bracciante e all’ospite che si troverà presso di te; anche al tuo bestiame e agli animali che sono nella tua terra servirà di nutrimento quanto essa produrrà.

(Levitico 25, 2-7)

Pietro Albetti, Ti basta la mia grazia – Grano

Commento

Il brano si apre con un comandamento di Dio a Mosè sul Sinai, alla vigilia del ritorno del popolo ebreo nella terra promessa: ”Quando entrerete nel paese che io vi dò, la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore”. Colpisce che la prima indicazione, fra le mille che potevano essere fatte alla vigilia di un evento storico sconvolgente per il popolo d’Israele come il ritorno nella propria terra, sia una raccomandazione per la “salute della terra”.

Questo folgorante comandamento viene poi dettagliato ulteriormente: ”abbia la terra i suoi riposi” che stabilisce con forza un’analogia fra il sabato di riposo e preghiera per l’uomo dopo sei giorni di lavoro e la necessità che anche per la terra, dopo sei anni di coltivazione, potatura e mietitura, si faccia in modo che: ”il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra”.

Nasce il concetto di “anno sabbatico” conservato nella vita accademica come preziosa risorsa di conoscenza, aggiornamento nonché di confronto con esperienze diverse dalle proprie.

L’uomo sembra, però, aver perso di vista l’insegnamento dato a Mosè: la cronaca ci aggiorna quotidianamente sui più recenti disastri ecologici: bombe d’acqua che, in maniera imprevedibile, letteralmente esplodono mettendo in ginocchio le nostre città, periodi in cui si alternano alluvioni e siccità, temperature anomale che diventano la norma.

Il clima impazzisce e la terra si ribella: frasi ad effetto usate e abusate dai mezzi di comunicazione, mentre i responsabili politici delle potenze mondiali annunciano piani di mitigazione dell’impatto ambientale.

Il brano del Levitico fornisce però una chiave interpretativa a questi fenomeni meno contingente e di respiro universale: l’uomo si è dimenticato che la terra è stata data da Dio per essere usata con amore e con rispetto per le sue esigenze, comprese quelle di un “sabato” di riposo.

È questa la sfida per gli agronomi del terzo millennio: rispettare la terra, nutrire il pianeta.

Lorenzo Morelli

C’è una pittura che è strumento, veicolo per l’espressione dei pensieri e delle emozioni dell’artista e poi c’è una pittura “pittura”, in cui l’atto del dipingere è continuamente alimentato dall’esperienza che il pittore fa nel momento stesso in cui dipinge. I grandi quadri di Pietro Albetti sono il punto terminale di questo secondo tipo di processo. Ogni pennellata è ben misurata, sta proprio lì dove dovrebbe essere, tuttavia è un segno vibrante e per nulla accademico. Nel dipinto che viene qui presentato le forme del paesaggio vengon fuori proprio da queste pennellate che lo costruiscono poco a poco, conducendo l’osservatore dal primissimo piano dell’erba fino al cielo in cui incombono le nuvole bigie e corpose che preannunciano la pioggia; passando per il fossato della roggia che lo circonda e per il campo di grano, cuore visivo e di significato dell’opera.

La naturalezza della pittura è esaltata dal rigore geometrico della composizione, racchiusa nel formato di un quadrato quasi perfetto. In un susseguirsi di fasce cromatiche successive si dispongono orizzontalmente il cielo grigio, gli alberi scuri, il grano dorato, il fossato del canale e le sue sponde, il prato erboso. Ma c’è un punto focale da cui tutto ha origine ed è fuori dal quadro, sul lato sinistro. Un punto che non vediamo, ma che siamo certi che c’è. Da quel punto generativo ogni cosa prende la sua strada, espandendosi fino a riempire tutta la superficie secondo l’ordine dato dalla natura e dal sapiente lavoro dell’uomo, un ordine che l’occhio del pittore ha rinvenuto e identificato per poi mostrarlo anche a noi.

Il lavoro di Albetti esprime con efficacia il testo del Levitico a cui è stato abbinato. Descrive l’abbondanza delle messi, frutto della laboriosità dell’uomo che ha saputo domare la natura e renderla fertile, ma ricorda che l’orizzonte dell’impegno umano è ben più ampio di quanto si possa percepire. Per questo è bene ogni tanto riconoscere che noi collaboriamo alla Creazione, ma che chi crea è Dio, così appassionato al destino della sua Creatura da non lasciarla mai senza il necessario.

Si comprende di fronte a questo dipinto che lo strumento principale della pittura di Albetti è innanzitutto lo sguardo. Egli è un attento osservatore di particolari, che poi traduce sulla scala monumentale delle sue tele. Si tratti dei campi o dei navigli del milanese o di scorci di palazzi e vie di Milano, il pittore si concentra sul particolare e sullo scorcio visivo, permettendoci di appropriarci della sua stessa visione. Il particolare ha la dignità del tutto, ma non è il tutto; con il Tutto dialoga per far sì che un po’ di esso si manifesti a chi vuole andare oltre la cornice della tela.

Grazia Massone

Autore

Pietro Albetti – Magenta (Mi), 1973

Si forma come artista all’Accademia di Belle Arti di Brera, e dal 1999 è docente di Educazione Visiva e all’Immagine. Ha partecipato a mostre collettive in Italia e in Europa. Le sue opere sono la testimonianza di una ricerca che parte da uno sguardo attento alla realtà, da un piegarsi a ciò che l’occhio vede per restituire attraverso l’immagine la sintesi di un incontro esperito. Il reale, davanti al quale l’artista si misura, è l’immagine visiva e corporea di un’esperienza che racchiude in sé la bellezza del mistero.

Opera

Ti basta la mia grazia – Grano

2008

Olio su tela

Cm 170 x 180

Collocazione

Sede Largo Gemelli, edificio Monumentale, Cortile d’Onore

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